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 L'Eucaristia nella storia della Chiesa

L’epoca apostolica
Il Nuovo Testamento ci ha conservato quattro racconti dell’ultima cena di Gesù: due, Mt e Mc, rispecchiano la mentalità giudaica e due, Lc e Paolo la mentalità greca. Tutti però non intendono fare un racconto storico ma rispecchiano l’uso liturgico già consolidato nelle rispettive comunità. Di certo l’eucaristia cristiana fonda la sua origine nell’ultima cena di Gesù, ma bisogna tener conto dell’evoluzione avuta nelle comunità dopo l’esperienza pasquale.

Che cosa ha inteso fare Gesù e che cosa ha compreso la comunità dei tempi apostolici? Gesù per un verso rende attuale la figura misteriosa del “servo di Jahvé” (Is.53)in cui Gesù aveva letto il suo destino di profeta-messia e dall’altro compie un’azione profetica  guardando alla croce. Gesù, dunque, nell’ultima cena esprime la donazione suprema di sé, che riassuma tutta la sua vita, e anticipa con un gesto simbolico l’immolazione cruenta che stava per compiere. In quel “corpo donato” e in quel “sangue versato” egli esprime in sintesi il suo vivere e morire per noi. In quel “fate questo in memoria di me” i discepoli e la chiesa lungo i secoli vi hanno visto “l’istituzione dell’eucaristia” con cui Gesù perpetuava la sua presenza, non statica ma dinamica, in mezzo a noi. Quel gesto diventa il “sacrificio memoriale” che la chiesa riattualizza “fino al suo ritorno”. Certo il gesto di quella sera, in un clima di tensione, non sarebbe diventato “eucaristia” cioè lode, gioia, rendimento di grazie senza l’esperienza della Pasqua. L’eucaristia dunque nasce dal giovedì santo ed è illuminata dalla pasqua.

Sia che l’ultima cena di Gesù coincise con la cena pasquale ebraica, sia che rientrava nello schema di una cena conviviale in uso presso gli ebrei, Gesù si servì di una preghiera che comprendeva: una benedizione, un rendimento di grazie e una preghiera di supplica (anch’essa in forma di benedizione). Ebbene la preghiera eucaristica non si discosta molto, essa nel racconto dell’istituzione include: l’anamnesi o memoria dei grandi eventi della storia della salvezza, l’atto di lode e ringraziamento o eucaristia e l’epiclesi o invocazione allo Spirito Santo sui doni e sulla comunità dei partecipanti. E questo già dalla prima anafora o preghiera eucaristica conosciuta, quella di Ippolito (inizio III secolo). L’eucaristia è fin dagli inizi è una celebrazione-memoriale che si risolve in un grande inno di lode e di ringraziamento. Dalla prima descrizione della messa lasciataci da Giustino (a Roma circa metà del II secolo) vediamo che la struttura non è molto diversa dalla nostra: il radunarsi insieme, leggere le “memorie degli apostoli” con l’omelia-esortazione del presidente, il presentare le offerte e la grande preghiera del presidente con l’Amen di tutti, la distribuzione della comunione per presenti e assenti e con la bella usanza di offrire qualcosa per i poveri e i vari bisogni, secondo la possibilità di ciascuno (I Apologia).

L’epoca patristica
Gli Atti ci riferiscono che “la frazione del pane” si faceva nelle case e questo per tutto il tempo delle persecuzioni e la preghiera eucaristica   veniva   improvvisata. Le  cose cambiano con la pace costantiniana (313) quando sorgono le basiliche e il culto si organizza fino al limite del sontuoso, ispirato alle usanze della corte imperiale bizantina. Manca però un centro che unifica e organizza la liturgia e così nell’epoca patristica (IV-VI secolo) si formano le grandi famiglie liturgiche intorno ai più importanti centri ecclesiastici e a personalità prestigiose. Si parlerà di liturgia alessandrina, antiochena, siriaca o, in riferimento alle persone, di s. Basilio, di S. Giovanni Crisostomo, di S. Ambrogio ecc. In occidente Roma esercitò un grande influsso ma senza imporsi sulla liturgia mozarabica, gallicana e ambrosiana. In questo regime di libertà alcuni eretici insinuano errori e così la preoccupazione per l’ortodossia spinge verso formule fisse e comprovate dalla tradizione. Nell’epoca d’oro dei Padri la celebrazione eucaristica domenicale era unica e partecipata. La teologia sull’eucaristia era universalmente accettata.

Il medioevo
Nel medioevo la creatività liturgica nel campo ecologico (prefazi, orazioni ecc.) si esaurisce, ma cresce in altre composizioni (inni, sequenze ecc.). Si rispetta il passato ma non si valorizza nel modo giusto. Si accoglie il Canone romano, unica preghiera eucaristica dell’occidente, ma la si strapazza e la si recita sub secreto e in latino, sicchè il popolo diventa spettatore di una liturgia clericalizzata. Nel sec IX la controversia di Berengario sulla “presenza reale” fa diventare questa il punto centrale che interesserà la teologia, la predicazione e la devozione popolare. Il significato centrale dell’eucaristia viene messo in ombra, la comunione diventa sempre più rara e vista come espressione di pietà individualistica, spesso fuori della messa, cessa la comunione sotto le due specie. Ciò che importa è adorare il corpo di Cristo, anche fuori della messa (si sviluppa la devozione eucaristica, l’adorazione, la festa del Corpus Domini ecc.). Per molti fedeli ciò che importa è l’elevazione dell’ostia e il poterla guardare per essere liberati da tutti i mali. Si arriva a grotteschi abusi quale la “missa sicca”per avere più soldi. Alla fine del medioevo la degradazione teologica e liturgica raggiunge il suo acme! A questo punto si innesta la protesta di Lutero e la riforma protestante.Il Concilio di Trento (1545-1563) si preoccupò di eliminare certi errori attribuiti ai protestanti, riformulò la dottrina cattolica e difese il culto dell’eucaristia fuori dalla messa. La riforma liturgica dal Concilio fu demandata alla S. Sede e fu eseguita sotto Pio V. Ci si limitò a organizzare il messale romano (1570) senza adattamento pastorale, lasciando intatte le devozioni eucaristiche. La teologia tridentina non riuscì a librarsi dalle controversie antiprotestanti e non riuscì a riacquistare il respiro della tradizione patristica.

Il movimento liturgico comincerà a smuovere le acque a partire dalla fine dell’ottocento fino ad essere preso in considerazione dal magistero fino al Concilio Vaticano II.

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