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Celebrando
l’eucaristia, i discepoli di Cristo si dispongono ad
affrontare i compiti che li attendono nella loro vita
quotidiana. La celebrazione infatti non può esaurirsi
all’interno del tempio. I cristiani, convocati ogni domenica
per vivere e confessare la presenza del Risorto sono chiamati
a farsi nella loro vita quotidiana evangelizzatori e
testimoni. L’orazione dopo la comunione e il rito di
conclusione – benedizione e congedo – indicano proprio questo.
Dopo lo scioglimento dell’assemblea il discepolo di Cristo
torna nel suo ambiente abituale con l’impegno di fare di tutta
la sua vita un dono. Egli, come i discepoli di Emmaus, si
sente debitore verso i suoi fratelli di ciò che nella
celebrazione ha ricevuto. (ctr in Dies Domini n.45).
Gesù
infatti nell’Ultima Cena ci lascia come testamento “fate
questo in memoria di me”. Ora il “questo” non può essere solo
un rito, molto semplice da ripetere, ma ci chiede di vivere,
come ha vissuto Lui, la vita per gli altri con amore,
condivisione e com-passione. Allora si comprende meglio
l’eucaristia come sacrificio, cioè come vita donata e al
cristiano si chiede di fare altrettanto. Nella Bibbia offrire
un sacrificio a Dio comporta sempre una conversione e
decidersi a vivere una vita di giustizia, condividendo la
sorte degli ultimi (Is 1,10-17) Il profeta respinge la pretesa
di chi, ligio ai precetti formali della religione, pensa di
essere giusto di fronte a Dio, ignorando i poveri. San Paolo
non la pensa diversamente nella dura lettera ai Corinti quando
dice ciò che è e ciò che non è “vera” eucaristia (1 Cor.
11,20-30).
Ogni
celebrazione dell’Eucaristia diventa allora un “giudizio” di
Dio, in quanto l’Eucaristia ridotta a rito, non accompagnata
cioè dalla propria adesione alla persona e al messaggio di
Gesù, che porta a condividere il pane, cioè la vita, con
l’affamato, significa “mangiare e bere” la propria condanna.
Sono parole come macigni che pendono su ogni celebrazione
eucaristica. Nel solco di questo discorso si situa il vangelo
di Giovanni che non racconta l’istituzione dell’Eucaristia ma
la prepara con il racconto della moltiplicazione dei pani,
chiaro gesto di condivisione, e il discorso di Cafarnao del
cap. VI, mentre della cena d’addio ricorda la lavanda dei
piedi, spiegandone il senso (Gv 13,13-15). Il fare come Gesù,
per tenerne viva la memoria, è per Giovanni il servirsi a
vicenda.
Se diamo lo
sguardo alla realtà in cui celebriamo le nostre eucaristie non
possiamo sentirci a posto né come cristiani, né come comunità,
né come Chiesa. La parabola del Ricco epulone e di Lazzaro ci
dovrebbe impensierire. Forse molte eucaristie sono “vere” come
rito ma “false” spiritualmente parlando. Nelle nostre
assemblee permane lo scandalo delle divisioni, non tra
credenti che non sono d’accordo sul senso dell’eucaristia, ma
tra credenti che in chiesa condividono l’eucaristia e poi
nella vita si ignorano e forse si sfruttano.
Fare
memoria di Cristo è più che un atto di culto, è invito
continuo alla conversione per vivere in stato di “lavanda dei
piedi”.
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