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Concilio Vaticano II: una nuova stagione Eucaristica

Il Concilio di Trento (1545-1563) aveva dedicato all’Eucaristia ben tre sessioni producendo documenti che avrebbero influenzato la riflessione teologica per secoli. Il Concilio Vat. II non ha documenti specifici ma nel promuovere la riforma liturgica offre una miriade di riferimenti capaci di dar vita ad una robusta teologia eucaristica. Il Vat. II , vera Pentecoste del XX secolo non nasce dal nulla. E’ sì dono dello Spirito ma è stato preparato da una lunga stagione che ha registrato grandi movimenti quali: il movimento biblico, liturgico ed ecumenico che sono confluiti all’inizio degli anni ’60 nell’assise ecumenica. Il Concilio di Trento aveva insistito sulla presenza reale di Gesù nell’Eucaristia quasi a farne una “cosa santa”, la teologia dell’inizio del XX secolo vi scopre piuttosto l’incontro tra il Risorto e la sua comunità pellegrina nel tempo. L’attenzione si sposta dalla presenza reale di Gesù (data per scontata) alla reale partecipazione dei credenti alla Pasqua del Signore. Nel periodo tra le due guerre si fanno strada: il movimento biblico-patristico che invita a risalire alle sorgenti della chiesa indivisa; il movimento liturgico che chiede la partecipazione attiva del popolo di Dio; il movimento ecumenico che apre alle ricchezze delle altre confessioni cristiane. L’Eucaristia viene compresa come l’Alleanza di Dio con il suo popolo sancita nel sangue di Cristo e riattualizzata in una comunità concreta (memoriale). Questa riflessione - in parte l’aveva recepita già Pio XII che aveva pensato ad una riforma a cominciare dai riti della settimana santa e della veglia pasquale - viene accolta dai Padri del Vaticano II che disseminano frammenti di dottrina e inviti al cambiamento in molti documenti (LG,SC,PO,Ad G,D.V,CD…). Dal Concilio emerge un collegamento chiaro tra Eucaristia e Chiesa (LG 26) proponendola come “fonte e culmine”(LG 11) “radice e cardine” (PO 5) “centro e vertice” (AdG 9).Per Eucaristia il Concilio intende la celebrazione del memoriale del Signore morto e risorto per noi: la presenza permanente nelle specie viene assimilata alle altre presenze reali di Cristo (SC 7).

Scopo principale del Concilio è inoltre che i fedeli intervengano alla celebrazione eucaristica con partecipazione “consapevole, pia e attiva,” e non come estranei e muti spettatori (LG 48). Era un’impresa ardita perché bisognava passare dalla situazione precedente ad una del tutto nuova. La situazione precedente era segnata dalla preoccupazione di preparare i fedeli a ricevere la comunione che poi operava “ex opere operato” (cioè di per sé). La nuova situazione partiva dalla consapevolezza che l’assemblea liturgica era “chiesa” (1 Cor. 11,17) e che pertanto era il soggetto dell’azione liturgica. L’assemblea viene convocata per l’ascolto della Parola, per la preghiera e per l’obbedienza al comando di Cristo che nell’ultima cena disse:”fate questo in memoria di me”. Perché questo fosse possibile si richiedeva che i fedeli riuscissero a comprendere bene il mistero della fede “attraverso i riti e le preghiere” (SC 48). Questo richiedeva un riforma della liturgia, ed è ciò che il Concilio avviò.  

La riforma non si limitò ad alcuni ritocchi del rito eucaristico, ma si mosse da “principi teologici” sicché ha potuto avere un seguito. E così: 
a)l’intera celebrazione è detta presenza reale di Cristo nei vari segni: assemblea, ministro, Parola e la presenza sotto le specie del pane e del vino viene detta reale non per esclusione ma per antonomasia
b)Il rapporto tra la celebrazione eucaristica e il sacrificio di Cristo sulla croce viene descritto con la categoria teologica della “ripresentazione” (non rappresentazione!) cioè presenza sacramentale.

Il Concilio di Trento si è posto in atteggiamento di difesa per salvaguardare gli usi del tempo non preoccupandosi di riandare all’epoca patristica. Fino al Vaticano II le cose rimasero immutate. Il Concilio indetto da papa Giovanni XXIII prese coscienza degli studi fatti sulla chiesa dell’età apostolica e patristica e si rese conto del profondo  cambiamento di mentalità in atto e così si apre al nuovo (cioè all’antico) in atteggiamento di fiducia. Si ritorna così alle fonti e si ricupera il senso originario dei riti. (SC 50-58). Vennero decisi una serie di provvedimenti che contribuirono alla riuscita della riforma liturgica: venne ripristinato l’altare come mensa, il bacio della pace, la preghiera universale, la concelebrazione, la comunione sotto le due specie ecc. La concelebrazione eucaristica era una scelta di grande valore teologico: si affermava così che la celebrazione eucaristica non è un’azione privata del sacerdote ma di tutta la chiesa. Nella chiesa dei primi secoli era l’unico modo di celebrare, la liturgia romana l’ha accantonata. La concelebrazione deve però essere rettamente intesa. La concelebrazione deve lasciar capire che l’eucaristia è celebrazione di tutta la chiesa e più che essere segno dell’unità del sacerdozio deve esser segno dell’unità della chiesa, cioè del popolo di Dio che è corpo di Cristo. Non è una celebrazione collettiva ma di un’unica messa.

Gli spostamenti di accento avvenuti con il Vaticano II sono e sul piano teologico e su quello liturgico. Sul piano teologico l’attenzione passa dalla “presenza reale” alla celebrazione facendo della comunità il corpo di Cristo in missione nel mondo. Sul piano liturgico la messa è la celebrazione partecipata da tutta la comunità sotto la presidenza del vescovo o del presbitero. I Padri hanno tentato di ricuperare la tradizione più autentica della Chiesa. L’onda lunga si sviluppa in Italia anzitutto per mezzo dei catechismi, dei documenti della CEI e dei Congressi eucaristici. Passi ulteriori devono essere fatti in campo ecumenico.

 

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