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Eucaristia e Chiesa: un solo corpo

Il decreto conciliare sul ministero dei presbiteri dice: ” Non è possibile che si formi una comunità cristiana se non avendo come radice e come cardine la celebrazione dell’Eucaristia…”.L’Eucaristia è punto di partenza e forza plasmatrice della comunità. Dunque l’Eucaristia fa la Chiesa, cioè la genera e le dà forma. La realtà purtroppo è ben diversa: la messa spesso appare come un momento tra i tanti, per dare importanza a certe occasioni e perfino per accontentare alcune persone. Allora è la comunità che usa la Messa e non la Messa che plasma e costruisce la comunità. E così si banalizza questa espressione suprema dell’amore di Dio per noi. Bisogna far sì che l’Eucaristia attiri tutti e tutto a sé. La comunità eucaristica è convocata dal Signore: è una comunità che si stringe attorno a Lui per ascoltarlo e sapere quali sono i suoi progetti, si modella sul suo gesto di autodonazione.

Tentiamo di delineare la fisionomia di una Chiesa che si lascia plasmare dall’Eucaristia. E’ anzitutto una Chiesa che sperimenta la gioia di essere un solo corpo (Ef. 4,12-16)Vi si riflette l’unità della Trinità, non solo nella comunità radunata ma nel mistero della Chiesa una-santa. Dall’Eucaristia nasce la dimensione ecumenica della Chiesa. Per arrivare a tanto non basta l’umano stare insieme: cantiamo, ci prendiamo per mano, stiamo bene tra di noi. In qualunque festa profana si può realizzare tutto ciò! Questi sono sentimenti epidermici che non cambiano il cuore. Per la Chiesa il sentire unanime è dono dello Spirito, frutto del corpo donato e del sangue versato. L’Eucaristia è memoriale della Pasqua ed esige la conversione del cuore con cui si muore al peccato, radice di ogni divisione. La comunione ecclesiale passa attraverso la croce. Non è possibile unirsi a Cristo senza decidersi di amare come Lui, fino al sacrificio. E’ il rivivere la Pasqua di Gesù che porta la gioia vera e non quella passeggera di una comitiva allegra. E’ chiaro che nel diventare tutti un solo corpo non perdiamo la nostra identità. La Chiesa non è massa in cui l’originalità della persona scompare, questo andrebbe contro il disegno di Dio che ci ha fatti unici e irripetibili. Si tratta di armonizzare i due aspetti: da una parte la personalità del singolo e dall’altra la comunione profonda che fa dei molti un solo corpo. Ciò esige il passaggio da individuo, che si chiude in se stesso e rivendica diritti, a persona che si apre a un rapporto di comunione e quindi di collaborazione.

Se Cristo è il sacramento di Dio, la Chiesa è il sacramento di Cristo, essa cioè lo rende presente. E come il Cristo rivela il volto paterno di Dio, così la Chiesa, presentandosi al mondo come mistero di comunione a servizio dell’uomo. Nella Chiesa modellata dall’Eucaristia si deve riscontrare una comunità a servizio dell’uomo in vista della sua salvezza totale. Una Chiesa mandata dal suo Signore lungo le strade del mondo per essere un segno della sua presenza viva accanto ai fratelli. Servire è vivere come Gesù l’agape cioè la carità oblativa, solidale con il destino di miseria e di morte di ogni uomo. Questa carità porta a dare più che a ricevere. L’agape risponde a questa legge: dove c’è più bisogno, là c’è più diritto al mio intervento: malati, emarginati, drogati, disoccupati, senza casa….è la lunga litania che ci sollecita come credenti plasmati dall’Eucaristia. La carità di Cristo porta

diritta alla solidarietà. Ci ha salvati facendo suo il nostro dramma. I fratelli non si aiutano dal di fuori, badando bene a non sporcarsi le mani, ma soffrendo con loro. Questa è la carità cristiana che ci contraddistingue “da questo vi riconosceranno che siete miei discepoli….” quella cioè che entra nella logica dell’amore dell’Eucaristia. Quando diventa stile di vita porta a mettere in comune quello che abbiamo. Si legge nella Didachè. “Se condividiamo il pane celeste, come non condivideremo il pane terreno?” e S. Giovanni Crisostomo annotava con amarezza:”Il Corpo di Cristo è contenuto in vasi splendidi e preziosi, e intanto le membra di Cristo languiscono nella miseria”. S. Giustino descrivendo la Cena del Signore nelle comunità del 1° secolo scrive: “Quelli che sono nell’abbondanza donano liberamente, e quanto viene raccolto è messo nelle mani di colui che presiede perché assista gli orfani, le vedove, i malati, gli indigenti, i prigionieri, i forestieri…in una parola perché porti soccorso a tutti quelli che sono nel bisogno” (Apol.I,67). Nelle comunità delle origini Eucaristia e carità erano strettamente legate. La diaconia nasce dall’Eucaristia.   

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