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Gesù di
Nazaret: “buona notizia” per tutti
Il racconto della storia della salvezza, iniziato con le
vicende di Abramo, Mosè e Davide e la storia del popolo
ebraico (Antico Testamento), prosegue con il vangelo di Gesù,
gli Atti degli Apostoli, le lettere alle prime comunità
cristiane e termina con l’Apocalisse (Nuovo Testamento). Gesù
non si colloca in antitesi con la prima Alleanza ma ne è la
pienezza, come ebbe adire Egli stesso sul monte delle
Beatitudini “Non pensate che io sia venuto ad abolire…”(Mt
5,17).
Il percorso che si propone ha tre tappe: la prima è attenta
alla storia, alla geografia, alla letteratura del N.T. perché,
come per la prima Alleanza, la rivelazione cristiana è “una
parola fatta carne”, entrata cioè nella storia concreta di un
popolo che viveva in una regione ben circoscritta e in un
tempo individuabile. La seconda è consequenziale: siccome è
“incarnata” in un tempo e in un popolo, deve essere
“interpretata”, si deve cioè comprendere il messaggio eterno
contenuto in un involucro datato. La terza tappa: comprendere
il messaggio che è salvezza per l’uomo e quindi “lampada per i
nostri passi”. Ne verrà fuori il volto del Cristo nei suoi tre
lineamenti fondamentali: il primo è quello del Gesù storico;
il secondo è quello che emerge dalla predicazione apostolica
(dal kerigma); il terzo è quello consegnatoci dai Vangeli e
dai vari scritti del N.T. Dall’insieme emergerà l’unità della
persona del Cristo. I Vangeli ci riportano ad un ambiente
geografico, politico, linguistico, socio-culturale in cui Gesù
vive che ci è noto attraverso altra documentazione. Certo non
è possibile costruire una puntigliosa biografia di Gesù, ma è
possibile abbozzarne un profilo essenziale. La nascita, la
famiglia, il soggiorno a Nazaret, la morte a Gerusalemme per
crocifissione, la lingua semitica da lui usata, la
predicazione in parabole. Nelle parabole c’è l’ambiente
ebraico del tempo: il mondo agricolo (semina, senape,
zizzania, vigna, fichi, fattori e fittavoli, pesci ecc.) e
quello sociale e religioso (farisei, pubblicani, sadducei,
scribi, vedove, poveri, talenti, dracme, celebrazioni nuziali
ecc.). L’approccio al Gesù storico resta difficile perché
l’intreccio tra storia e fede è inestricabile. I vangeli
dell’infanzia per es. hanno più significato simbolico che
storico. Così i miracoli di Gesù hanno una finalità simbolica
che supera la dimensione storica. Giovanni ce lo ricorda
allorché parla di “segni” più che di miracoli. Il vertice
della difficoltà si raggiunge nella risurrezione.
Dalla ricerca storica del volto di Gesù ci spostiamo ora
sull’annuncio di Cristo fatto dai discepoli, cioè sul kerigma.
Ce ne dà un saggio Luca negli Atti degli Apostoli intessuti di
discorsi e Paolo elle sue lettere. Basta citare il cosiddetto
“credo antiocheno che troviamo nella 1Cor. 15,3-5 “Cristo morì
per i nostri peccati secondo le Scritture e fu sepolto. E’
risorto il terzo giorno secondo le Scritture e apparve…” Il
kerigma si espande in vere e proprie catechesi soprattutto
riguardanti l’Incarnazione e la Pasqua. Per es. il discorso di
Pietro al centurione Cornelio (Atti 10, 38-43) o il brano
della lettera a Tito 2, 11-14 più di tipo morale ed
esistenziale. Dopo alcuni decenni il kerigma e la catechesi si
cristallizzarono negli scritti: sono i vangeli, gli Atti e il
corpus degli scritti paolini e apostolici.
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Alcuni testi emblematici
In Matteo vediamo il dialogo di Gesù con i discepoli a Cesarea
di Filippo (16,13-20). La gente, per definire Gesù, si rifà
all’A.T., Pietro dirà che egli è il Cristo, cioè il Messia
punto d’approdo di tutta la speranza d’Israele. L’A.T. ha un
seguito. E Matteo lo cita di continuo in quanto scopre una
radicale continuità tra le due Alleanze. Marco per 8 cap. ci
fa scoprire il Gesù uomo (segreto messianico) e poi
dall’intervento di Pietro il Gesù Messia, per arrivare alla
fine quando ci rivela in Gesù il Figlio di Dio “veramente
quest’uomo e Figlio di Dio”(15,39).
Il Gesù di Luca è delineato nel discorso nella sinagoga di
Nazaret “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi
ha consacrato…”(4,18-19). E’ un Gesù profondamente inserito
nella storia: è il salvatore dei poveri e degli oppressi, si
china sui peccatori ecc. Non è però un semplice benefattore, è
il Signore della storia e lo ha annunciato l’angelo “Oggi,
nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il
Cristo Signore” (2,11).
Giovanni con il vangelo, le lettere e l’Apocalisse esprime una
elevata cristologia. Dal prologo ai discorsi d’addio, dalla
simbologia (agnello, pastore, porta, pane, luce, vite ecc.)
alla rilettura della crocifissione come
“esaltazione-glorificazione”. Nella conclusione c’è la chiave
di lettura “Questi sono scritti perché crediate che Gesù è il
Cristo, il Figlio di Dio, e credendo abbiate la vita nel suo
nome” (20,30-31). In Giovanni il Cristo non è separabile dalla
sua manifestazione nella carne, cioè nella storia. Anche
l’Apocalisse altro non è che una rappresentazione di Cristo
nel groviglio della storia. Il Cristo, con la sua morte e
risurrezione ha fatto irruzione nel conflitto tra la Sposa (la
Chiesa) e la Prostituta (il male, l’impero romano) e ne è
ritornato vincitore.
Anche Paolo ha innalzato un grande sistema cristologico. Basta
citare l’intestazione del capolavoro: la Lettera ai Romani
((1, 2-4) Paolo delinea Cristo nella traiettoria dell’A.T. ,
incarnato nella storia, rivelato come Figlio di Dio nella
risurrezione e adorato nella liturgia come “nostro Signore”.
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