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L’evento
Gesù Cristo è annunciato dalla storia del popolo
dell’alleanza: Israele. Per comprendere Gesù occorre conoscere
la terra e il popolo, dalle quali egli è venuto. La comunità
delle origini ha letto la storia di Gesù “secondo le
scritture” cioè nella tradizione della fede e della speranza
d’Israele. Gesù è l’adempimento della promessa, la sua vicenda
è già narrata nell’A.T. non tanto sotto forma di allegoria,
quanto di una storia in divenire, di una rivelazione che si va
esplicitando. L’evento Gesù Cristo, inaudito incontro della
storia di Dio con quella degli uomini trova nella storia
d’Israele la chiave di lettura e nello stesso tempo illumina
il cammino precedente, dando senso alle varie tappe della
promessa e dell’attesa. La storia d’Israele come prepara e
consente di interpretare la storia di Gesù?
Il popolo
dell’Alleanza è il popolo della Parola. Mentre gli altri
popoli vivono nel silenzio di Dio, Israele ode una voce e
scopre che Dio è udibile e interpellabile, parla e si fa
interrogare. La storia di Israele è storia di un dialogo
ininterrotto con Jahvé. Il Dio di Israele è il Dio che spinge
verso il futuro, il Dio vivente la cui storia si intreccia con
quella dell’uomo per farla nuova. Il suo nome Jahvé non
significa “Io sono colui che sono” ma “Io sono colui che è per
voi, colui che sarà” fedele e nuovo. Israele in quanto popolo
di Jahvé è il popolo della promessa e dell’attesa. L’apertura
al futuro mette in discussione il presente e inquieta la
pazienza dando origine al messianismo che è la spina dorsale
dell’A.T. L’attesa in contesti diversi da vita a messianismi
diversi: profetico, regale, sacerdotale, apocalittico.
Il
messianismo profetico nasce dall’incontro tra la Promessa
e il cammino del popolo. Israele nasce dalla Parola-Promessa e
vive sotto il giudizio della Parola. Egli non vede ma ascolta
il suo Dio. Questa vocazione è chiara in Mosè (Es.3,14; Dt.
5,4ss.) Anche l’attesa è letta in chiave mosaica (Dt.
18,15.18) riferito a Gesù in Atti 3,22ss. Anche quando crolla
il Regno di Giuda nel 587 la parola profetica non si
estinguerà anzi alimenterà la speranza (Carmi del Servo in Is.
42,1-9; 49,1-6;50,4-9;52,13-53,12) annunciando il compimento
dell’attesa messianica. L’espressione più chiara è l’oracolo
di Is.61,1-3 letto da Gesù nella sinagoga di Nazaret (Lc.
4,18) ed applicato a se stesso.
Il
messianismo regale nasce dal rapporto col potere per il
fatto che in Israele il potere ha sempre avuto una dimensione
religiosa. La storia è scritta dal redattore del sec. X (lo
jahvista) in rapporto al re davidico: dal protoevangelo (Gen.3,15)
alla promessa ad Abramo (Gen. 12,1-3), alla benedizione a
Giacobbe (Gen.49,8-12), per dimostrare il compimento delle
promesse e l’attesa di un compimento più grande (2Sam.7,5ss.).
Proprio questa promessa è la radice storica dell’attesa
messianica regale e la speranza d’Israele sarà connessa al
destino della dinastia davidica. Con espressioni simili a
quelle dei miti della Mesopotamia e dell’Egitto il re vi è
presentato come figlio di Dio che farà trionfare la giustizia,
salverà il suo popolo ed estenderà la sua potenza fino ai
confini della terra. In Israele però il re è subordinato a
Jahvé ed è il suo unto. Il messianismo regale esercita inoltre
una funzione critica nei riguardi della monarchia. Così Isaia
nel sec.VIII oppone al calcolo umano di Acaz la fiducia
incondizionata in Jahvé (Is.7,14). Nel cap. 9,1-6 accenna ad
un re ideale e al cap. 11,1-9 annuncia una rinascita
rivoluzionaria. Michea vede sorgere il novello Davide dalla
piccola Betlemme (5,1-4). Prima dell’esilio Geremia sfiduciato
nei confronti della classe dirigente sogna un futuro germoglio
di Davide (23,5). Nel tempo dell’esilio e del poste-silio
Ezechiele sper in un nuovo Davide (37,24ss.) Nel post-esilio
la speranza diverrà attesa imminente del tempo escatologico e
del regno ideale del Messia futuro (Zaccaria 9, 9-10)
Dall’incontro con il culto nasce il messianismo
sacerdotale. Il sacerdozio in Israele è legato alla
tradizione levitica cui sono affidate la trasmissione della
rivelazione e la celebrazione del sacrificio. Con il sorgere
della monarchia, la regalità tenderà a polarizzare in sé il
sacerdozio. Nel post-esilio sarà il sacerdozio a polarizzare
la regalità e a determinare un messianismo sacerdotale.
Ezechiele presenta un tempio escatologico, luogo del trono del
Signore che vi abiterà per sempre (cap.40-48).
Dal
rapporto con la coscienza utopica scaturisce il messianismo
apocalittico. In Israele la tensione utopica è stata
alimentata dalla Parola di Jahvé che si è presentato come il
Dio della promessa e cioè del futuro. Dopo quello che si è
detto e che deve riferirsi tutto alla coscienza utopica
parliamo ora dell’attesa di un messia che viene dall’alto.
Nell’epoca pre-esilica figura di questo intervento celeste è
l’angelo di Jahvé. Al tempo della crisi maccabea fioriscono
nuove esperienze messianiche escatologiche (sec.II a.C.) E’ il
tempo dell’apocalittica. Nello scontro tra il bene e il male,
protagonista di questa battaglia che instaura il Regno di Dio
è il Messia, figlio di Dio. Collegata con il Messia è la
figura del Figlio dell’uomo. Questa enigmatica figura appare
in Dan. 7,13-14 (scritto intorno al 165). A questo si aggiunge
tutta l’apocalittica apocrifa. Il messianismo apocalittico
esercita un ruolo decisivo alle origini del fatto cristiano.
Il messianismo dell’A.T. esprime
la tensione costante fra la storia d’Israele e quella del suo
Dio, che interviene come Signore della promessa e del futuro.
L’A.T. si pone come un tempo incompiuto che attende pienezza.
I cristiani hanno interpretato la nascita di Gesù e la sua
pasqua come il compimento delle attese messianiche.
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