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Dall’immagine di Dio al senso del peccato

Giovanni Paolo II nella Esortazione Apostolica post-sinodale “La Riconciliazione  e la  penitenza nella missione della Chiesa” afferma che per scoprire il senso del peccato bisogna partire dalla contemplazione di Cristo come “Colui nel quale Dio ci mostra il suo cuore compassionevole e ci riconcilia a sé”. La compassione e il perdono sono la natura stessa di Dio, per cui la Sua gioia più grande è perdonare. Gesù afferma “risarà più gioia in cielo per un peccatore convertito…”(Lc 9,7).
Il Sinodo si è interrogato sulle questioni relative alla natura, alle forme storiche e ai criteri di valutazione del peccato. L’invito a “lasciarsi riconciliare da Dio” è rivolto all’uomo peccatore che trova nel perdono la possibilità di uscire dalla condizione esistenziale negativa e rientrare nel progetto salvifico.

Riflessioni sul peccato: motivi della crisi

La categoria “peccato” soffre di una profonda crisi. Il termine è desueto e in molti evoca antichi fantasmi da cui ci si vuole liberare. Ciò dipende dalla perdita del senso di Dio nella società di oggi (ateismo pratico); dalla rivendicazione di una esasperata autonomia personale (l’uomo supremo padrone del proprio destino e unico legislatore e giudice); dal condizionamento sociale dei comportamenti che ne diminuiscono la libertà e quindi la responsabilità per cui l’uomo è spinto a farsi una coscienza secondo i giudizi e le opinioni dell’ambiente. Di questa crisi è anche responsabile l’insegnamento della Chiesa prevalentemente giuridico e moralistico, troppo facile nel giudicare “peccato mortale” infrazioni in campo sessuale e sacrale, ignorando i gravi peccati sociali. Inoltre a favorire il lassismo ha contribuito il rigorismo della teologia morale tradizionale. Dunque l’attuale crisi del peccato va addebitata ad un complesso intreccio di fattori socio-culturali ed ecclesiali.

1.     La natura del peccato

Il peccato è la risposta negativa dell’uomo al progetto di Dio; è la rottura della comunione d’amore e di vita con Dio, che porta con sé la rottura dei rapporti con gli uomini e con il cosmo. Dunque: si può parlare di peccato solo se l’uomo è in relazione con Dio attraverso la mediazione di Cristo salvatore. E cioè: per capire il peccato bisogna aver scoperto la dimensione cristocentrica dell’esistenza cristiana. Non si capisce, al contrario, se si insegna il “peccatocentrismo”. Il peccato non può essere oggetto di una riflessione a sé stante.

Per capire il peccato bisogna inoltre avere una chiara concezione dell’uomo e della sua libertà. L’uomo è infatti una creatura di Dio, libera. Il peccato si capisce quando è chiaro il rapporto con Dio e si ha coscienza della responsabilità umana nell’agire.

La concezione corretta del peccato libera l’uomo dal sentimento di colpevolezza e dall’angoscia e porta all’esperienza dell’amore di Dio che perdona.

2.     Forme storiche

Il Sinodo si è soffermato oltre che sul peccato personale, sul peccato sociale. E’ vero che il peccato ha sempre risvolti sociali ma qui si vuole parlare del peccato che incide direttamente nelle strutture sociali e spesso queste strutture ingiuste spingono l’uomo al peccato. Il peccato sociale è costituito da uno spirito egoista che intacca la  vita sociale alla radice. E’ la negazione di Dio e del suo disegno di salvezza. E’ l’idolo (avere, potere, piacere) che determina rapporti sbagliati. E’ un egoismo radicale che prende forma in tutti i livelli della vita sociale. Il peccato sociale chiama in causa la Chiesa che deve esercitare la sua funzione profetica.

      3.  La distinzione dei peccati

C’è ancora oggi poca chiarezza e nei sacerdoti e nei laici sui criteri di valutazione dei peccati e di conseguenza sulla loro confessione. Nel giudicare la gravità del peccato il Sinodo si è orientato a valutare l’intenzione e le circostanze piuttosto che attenersi alla distinzione tradizionale. Una concezione troppo oggettivistica dei peccati gravi e veniali è una delle cause del declino della pratica della Penitenza. Bisogna fare attenzione all’”opzione fondamentale” cioè alle scelte fondamentali della persona, quelle cioè che caratterizzano la sua vita. Si potrebbe allora parlare di peccato mortale, grave e veniale. Il peccato mortale è quello che rompe la relazione con Dio e ci fa fare un’altra opzione; il peccato grave è quello che non rompe la relazione, non cambia cioè l’opzione fondamentale ma è qualcosa di deprecabile; il peccato veniale è la non piena conformità al progetto di Dio per noi, raffredda l’amore e non ci rende testimoni credibili. Il peccato mortale del battezzato-credente è possibile ma raro, è il cambiamento dell’opzione fondamentale dell’uomo contro Dio e l’amore. Si può ragionevolmente pensare che la stragrande maggioranza dei fedeli che partecipano all’eucaristia non abbia peccati mortali, qualcuno però potrebbe aver commesso peccati gravi, di certo tutti siamo responsabili di peccati veniali.

Al Sinodo fu fatta una proposta dal Card. Pappalardo che non è stata raccolta nel documento finale e che forse sarebbe utile e cioè avere una lista di peccati che portano alla morte, come nella chiesa delle origini, per promuovere uno sviluppo più corretto della prassi penitenziale. Ciò eviterebbe il pericolo dell’appiattimento del sacramento che nella prassi attuale prevede un’unica forma di celebrazione tanto per i peccati gravi quanto per i veniali. Per i primi resterebbe in vigore l’attuale normativa richiedendo una penitenza adeguata prima dell’assoluzione. Per gli altri si dovrebbero ricercare altre forme di celebrazione, con carattere sacramentale, non legate alla confessione dei peccati ma ugualmente espressive del pentimento e del proposito di cambiamento.

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